7. Embracing the cello * abbracciando il violoncello

cello_playierimage taken from the web

Dismayed, I sit on a low stool and for an instant I stare at the instrument. Then I decide to give a proof of courage, even if only to myself:  I take it with the same sensuality with which I would embraces a lover. The wood is cold, the touch of my fingertips on black ebony of the fingerboard and on the larch resin’s  painting , leaves a slight trail that disappears after a few seconds. My hands are sweaty and I don’t deny to be very nervous. I open the dressing gown, I pull out the endpin and fix it to the ground in a crack of the parquet  and after I bring toward me the cello, between my knees. I start to caress the strings with the fingers, by pinching slightly to test if the instrument is tuned. I slightly turn the pegs in the pegbox. The wailing of the open strings, caught me unprepared; the amplified sound from the soundboard envelops me in its timeless immortal beauty. I take the bow and carefully rub its hairs on the Liebenzeller’s rosin. For a long moment there is no longer the isba or Georgij’s library. The fire desperate crackles  from drafts of air channeled from the hidden chamber behind the curtain. I’m not even interested to find out if Kazimir is still back there, hidden, checking out what I’m doing. Now everything is here, in my arms, an artifact of worship that brings me back to the smell of the woods mixed with that of the rosin rubbed on the bow. A passionateness to touch, caress, rub with fingers greedy of emotions… where the heart full of sadness will release its plaintive litany that soon would bring a sort of panacea to the languor of the lost sneaked into my heart. Was it Plato’s sentence “Music can give wings to your thoughts and enlighten your soul with an eternal light?” I close my eyes and I see those ghosts from which I always try to escape. It’s my anger that gracefully dance, but then end up crashing against the mirror of the soul… and remain shards of glass to injure the floor. Then I shake myself from slumber and finally the notes flow from the vibrating strings, which my hands know how to make the harmony that can impregnate the ether that surrounds me. And I lose myself, yet again, while I intone by heart the first lines of  Dvořák Cello’s Concerto no. 1. I don’t know how much time has passed, I could not even define how many times I repeated by heart all the pentagram by adding with pathos, my rhythms and variations on the theme. The sun has now penetrated into the room from the top edge of the window behind me, projecting my shadow on the parquet and carpet. Only at that moment, watching it carefully, I notice the presence behind me. A second shadow close to mine, which slowly overlaps. Even before I can turn my head in that direction, hands are placed on my shoulders. […]

 

 

*

 

Sgomenta, mi siedo sopra un basso poggiapiedi e per un attimo fisso lo strumento. Poi mi decido a fornire prova di coraggio, anche se solo a me stessa: lo prendo con l’identica sensualità con la quale si abbraccia un amante. Il legno è freddo, il contatto dei polpastrelli sul nero d’ebano della tastiera e sulla verniciatura in resina di larice, lascia una leggerissima traccia che sparisce dopo qualche secondo. Ho le mani sudate e non nego d’essere molto nervosa. Apro la vestaglia, estraggo il puntale fissandolo a terra in una fessura del parchetto e porto lo strumento verso di me, tra le ginocchia. Inizio ad accarezzare le corde con le dita, pizzicandole leggermente per saggiare se lo strumento è accordato. Giro leggermente i piroli nel cavigliere. Il lamento delle corde vuote, mi coglie impreparata; il suono amplificato dalla cassa armonica mi avvolge nella sua bellezza senza tempo, immortale. Prendo l’archetto e strofino con cura i suoi crini sulla pece Liebenzeller. Per un lungo attimo non esiste più l’isba o la libreria di Georgij. Il fuoco crepita disperato dagli spifferi d’aria convogliati dal locale nascosto dietro il tendaggio. Neppure m’interessa sapere se Kazimir è ancora là dietro, nascosto, a controllare cosa io sto facendo. Ora tutto è qui, tra le mie braccia, un manufatto di culto che mi riporta al profumo dei boschi misto a quello della pece sfregata sull’archetto. Una passionalità da toccare, accarezzare, strusciare con dita avide di emozioni… dove il cuore gonfio di tristezza potrà rilasciare le sue lamentose litanie che presto avrebbero portato una sorte di panacea al languore del perduto insinuatosi nel mio cuore. Era di Platone la frase “La musica può donare delle ali ai vostri pensieri e illuminare la vostra anima di una luce eterna?” Chiudo gli occhi e visualizzo quei fantasmi che sempre cerco di sfuggire. È la mia rabbia che danza con grazia, ma per poi finire con l’infrangersi contro lo specchio dell’anima… e restano le schegge di vetro a ferire il pavimento. Poi mi riscuoto dal torpore e infine le note sgorgano dalle corde vibranti, da cui le mie mani sanno trarre quell’armonia che permette d’impregnare l’etere che mi circonda. Ed io mi perdo, ancora un’altra volta, mentre intono a memoria i primi righi del concerto per Violoncello no. 1 di Dvořák. Non saprei dire quanto tempo è passato, neppure saprei definire quante volte ho ripetuto a memoria tutto il pentagramma aggiungendovi con pathos, le mie cadenze e variazioni sul tema. Il sole è ormai penetrato nel locale dal bordo più alto della finestra alle mie spalle, proiettando la mia ombra sul parchetto e tappeto. Solo in quel momento, osservandola con attenzione, mi accorgo della presenza alle mie spalle. Una seconda ombra vicinissima alla mia, che lentamente si sovrappone. Ancora prima di poter volgere la testa in quella direzione, delle mani si posano sulle mie spalle. […]

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